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• IL PUNTO
RIPARTIAMO DAL BASSO
di Danilo Galvagni segretario generale Cisl Milano Metropoli

Anche il recente referendum sulle cosiddette trivelle ma, in generale, l’aumento progressivo dell’astensionismo, ripropone con forza la questione della partecipazione

alla vita democratica. Il voto, che le generazioni della Resistenza e le successive hanno vissuto come un diritto-dovere, oggi è considerato, soprattutto da parte dei giovani, come l’espressione più evidente del diffuso distacco dalla politica intesa come ricerca del bene comune. Una disaffezione e un disinteresse che preoccupa e che si ripercuote negativamente anche su altri aspetti della vita sociale e partecipativa, compreso il sindacato. E’ vero, le statistiche e l’esperienza, ci dicono che aumenta l’adesione alle diverse forme di volontariato, fenomeno importante e da incentivare ma che da solo non esaurisce il tema della partecipazione e della rappresentanza.

PARTECIPAZIONE

Partecipazione e rappresentanza sono due elementi costitutivi della vita di un sindacato e che si declinano ad altri due altrettanto importanti: territorio e nazione. A legare tra loro partecipazione, rappresentanza, locale e nazionale, c’è un altro termine (concetto) centrale della nostra militanza: contrattazione. Ovvero la modalità con cui si portano a casa i risultati concreti per i lavoratori: salario, condizioni lavoro, sicurezza, welfare ecc.

PRIMO E SECONDO LIVELLO

Da tempo si discute del rapporto tra contrattazione di primo livello (i contratti collettivi nazionali) e di secondo livello (aziendali e territoriali). Finora lo schema è che dal primo livello deriva il secondo. Ad esempio le piattaforme contrattuali “si decidono a Roma” e poi si calano sulle realtà locali. A parte alcuni diritti universali a partire dalla sanità che deve essere pubblica e garantita a tutti i cittadini; oppure in certe materie come il fisco, la previdenza ecc., è opportuno, per rivitalizzare la partecipazione e rendere più forte la rappresentanza, invertire l’ordine dei fattori. Partire dal basso, dalle realtà delle aziende e dei territori, e poi cercare una sintesi nazionale. Chiamiamolo pure ‘federalismo sindacale’, l’importante è capirsi e condividere un nuovo modello (dal cuore antico) della rappresentanza capace di rispondere alle esigenze specifiche dei singoli territori e, contestualmente, far diventare patrimonio comune, universale, le migliori esperienze che si realizzano a livello locale e aziendale. Non è facile anche perché comporta cambiare modi di pensare e di agire radicati nel tempo, ma è l’unica strada per far partecipare la gente e riqualificare, in senso innovativo e moderno, il ruolo del sindacato come tramite tra i lavoratori, la controparte padronale e le istituzioni, con buona pace della politica autoreferente e dei suoi dirigenti. Non solo, è proprio ripartendo dal basso, che il sindacato può rilanciare il suo ruolo di rappresentanza sociale e non solo dei propri iscritti. Con una battuta dobbiamo riuscire a far diventare ‘primario’ quello che è sempre stato considerato ‘secondario’. Del resto il recente accordo tra Cgil, Cisl e Uil sulla riforma del sistema contrattuale e importanti piattaforme per i rinnovi contrattuali (a partire dai metalmeccanici) ruotano tutti attorno al rapporto locale-nazionale.

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